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San Martino e il vino nuovo

L’11 novembre si apre la botte, si mettono le castagne sul fuoco e, una volta, si caricava il carro per traslocare. Storia e riti di una festa d’autunno che a Bologna profuma di osteria.

4 novembre 2026

A Bologna novembre arriva con la nebbia, le prime sciarpe e un appuntamento che i bolognesi non segnano sul calendario perché lo sanno a memoria. L’11 novembre è San Martino: il giorno in cui, dice il proverbio, ogni mosto diventa vino. In osteria si stappa il vino nuovo, sul fuoco scoppiettano le castagne e qualcuno, inevitabilmente, comincia a parlare del tempo.

Chi era Martino

Martino nasce intorno al 316 in Pannonia, nell’attuale Ungheria, e da ragazzo finisce nell’esercito romano. La sua storia più famosa si svolge alle porte di Amiens, in Gallia, in una giornata gelida: incontra un povero mezzo nudo, prende la spada e taglia in due il suo mantello per dargliene metà. Quella notte, racconta la tradizione, gli appare in sogno Cristo, avvolto proprio in quel mezzo mantello.

Più tardi Martino lascia l’esercito e diventa vescovo di Tours. Muore a Candes nel 397, e la sua festa cade l’11 novembre. Da allora il suo nome è legato a un momento preciso dell’anno: quello in cui i lavori dei campi finiscono e si fanno i conti.

L’estate che dura tre giorni

Secondo la leggenda, appena Martino divise il mantello la pioggia smise e uscì un sole tiepido, come se il cielo volesse ringraziarlo. Da qui l’estate di San Martino, quei giorni miti che a volte, a inizio novembre, interrompono il grigio. Il detto è preciso: dura tre giorni e un pochino. Né uno di più, né uno di meno. A Bologna quei tre giorni si godono seduti fuori, sotto un portico, con un bicchiere in mano.

Apri la botte

Il vino c’entra per ragioni di calendario, non di santità. La vendemmia è finita da qualche settimana, il mosto ha fatto il suo lavoro nei tini e a metà novembre è il momento di assaggiarlo. A San Martino si spilla la botte, si diceva nelle campagne: si apriva il vino giovane e si capiva com’era andata l’annata. Accanto al bicchiere, le castagne, che maturano proprio in questa stagione: a San Martino castagne e vino, appunto.

Le osterie bolognesi sono il posto naturale per questo rito. Non serve un evento ufficiale: basta un tavolo di legno, un quartino del vino nuovo e un cartoccio di caldarroste. A noi piace così.

Fare San Martino

C’è poi un San Martino meno allegro, che i nonni ricordano bene. Per secoli l’11 novembre è stato il giorno in cui, nelle campagne del Nord e anche qui in Emilia-Romagna, scadevano i contratti agrari, soprattutto quelli di mezzadria. Si chiudevano i conti tra padroni e contadini, e se il contratto non veniva rinnovato la famiglia del mezzadro doveva lasciare il podere.

Così, a San Martino, si caricava tutto sul carro: mobili, attrezzi, animali, tutta la famiglia. Da qui l’espressione fare San Martino, che ancora oggi in molte parti d’Italia vuol dire traslocare, o almeno svuotare la cantina. La mezzadria non c’è più, ma il modo di dire è rimasto.

Le corna di Santarcangelo

In Romagna San Martino ha anche un lato più malizioso. A Santarcangelo, durante la fiera del santo, sotto l’arco di piazza Ganganelli vengono appese un paio di enormi corna. La tradizione vuole che, se oscillano mentre un uomo ci passa sotto, quell’uomo sia stato tradito. Nasce tutto dalle fiere del bestiame di questi giorni, e dai “becchi”, i caproni, che vi si vendevano. Il resto lo ha fatto la fantasia romagnola.

Carducci e il profumo dei tini

Il San Martino più famoso della letteratura italiana l’ha scritto un bolognese d’adozione. Giosuè Carducci arrivò all’Università di Bologna nel 1860 e ci insegnò fino al 1904; in città visse fino alla morte, nel 1907. Nelle Rime nuove c’è la poesia San Martino, che molti hanno imparato a memoria a scuola: “La nebbia agl’irti colli / piovigginando sale”. Poco dopo arriva l’odore aspro dei vini che ribollono nei tini. Novembre, in poche righe.

Un San Martino in città

Se volete rendere omaggio al santo, a Bologna c’è anche la sua chiesa: San Martino, in via Oberdan, a due passi dalle Due Torri. Dal Duecento fu la chiesa dei Carmelitani, la facciata gotica è stata rifatta nel 1879 e sopra la porta laterale c’è un rilievo cinquecentesco con san Martino. Dentro custodisce opere di Francesco Francia, Amico Aspertini, Lorenzo Costa e perfino un frammento di affresco di Paolo Uccello. Pochi turisti, molto silenzio.

Il nostro consiglio. L’11 novembre fate un giro in centro, entrate un momento in San Martino e poi cercate un’osteria con il vino nuovo e le castagne. Se c’è il sole, è l’estate di San Martino: approfittatene, dura poco.

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