Il telefono senza fili del Voltone del Podestà
Due persone, due angoli opposti, una colonna a cui bisbigliare. Sotto il Palazzo del Podestà la voce attraversa la volta. Vi spieghiamo come si fa e cosa guardare intanto.

I artécol i én in itagliàn: in bulgnaiṡ a i é sôl al sît. S’at sè al dialàtt, dàs una man a tradûṡer! Dî la tô
Se in centro a Bologna vedete due persone ferme agli angoli opposti di un incrocio coperto, con la faccia contro una colonna come bambini che contano a nascondino, non preoccupatevi. Non stanno male e non sono in castigo. Stanno telefonando. Senza telefono.
Siamo sotto il Voltone del Podestà, il grande passaggio a volta tra Piazza Maggiore e piazza del Nettuno. Nei tre segreti di Bologna gli avevamo dedicato poche righe. Merita di più.
Come si fa
Il gioco si fa in due. Ognuno sceglie un angolo del Voltone, in diagonale rispetto all’altro, e si mette con il viso verso la colonna. Poi si parla piano, quasi un bisbiglio, rivolti alla pietra. Dall’altra parte, a parecchi metri di distanza e con la gente che passa in mezzo, la voce arriva chiara, come se l’amico fosse lì accanto.
Il trucco sta tutto nell’architettura. Dai quattro angoli partono grandi costoloni che salgono e si incontrano al centro della volta. La voce, invece di perdersi nell’aria, segue le superfici curve e scivola fino all’angolo opposto. I fisici la chiamano “galleria dei sussurri”: succede, con le forme giuste, anche sotto altre volte e cupole. Ma questa è la nostra, ed è gratis.
Confessioni a distanza
Ogni segreto bolognese che si rispetti ha la sua leggenda, e questo non fa eccezione. Si racconta che la volta servisse a confessare i lebbrosi: il malato in un angolo, il sacerdote in quello opposto, e la distanza di sicurezza garantita dalla fisica. Bella storia. Se sia vera, però, non lo sa nessuno: lo ammette anche Bologna Welcome, il sito turistico della città. Noi la raccontiamo per quello che è, una leggenda.
Un incrocio di ottocento anni
Il palazzo che avete sopra la testa è il Palazzo del Podestà, costruito all’inizio del Duecento come prima sede del governo cittadino. Qui lavoravano il podestà, i giudici e i notai del Comune. Al piano della strada due vie si incrociano e passano sotto l’edificio: è il Voltone. Accanto, a metà del Duecento, è nato il Palazzo Re Enzo, e i due oggi formano un unico complesso.
Non è sempre stato un posto da bisbigli. Sotto queste volte c’era il mercato, con il suo via vai di venditori e clienti, e c’erano i banchi dei notai. Qui si mettevano alla berlina i bestemmiatori, perché tutti li vedessero, e qui si eseguivano anche le condanne a morte per impiccagione. Altro che sussurri.
Al piano di sopra c’è il Salone del Podestà, che nei secoli è stato aula di tribunale, teatro pubblico e perfino campo da gioco per il pallone. La facciata che vedete dalla piazza è stata rifatta nel Rinascimento: guardate il pianterreno, coperto di formelle decorate con motivi floreali. Si dice che non ce ne siano due uguali. Contarle, lo lasciamo a voi.
I quattro santi
Mentre aspettate che l’amico all’altro angolo smetta di ridere, alzate gli occhi. Nel Voltone vi osservano quattro statue: sono i santi protettori di Bologna, Petronio, Procolo, Domenico e Francesco. Sono di terracotta e le ha modellate nel Cinquecento Alfonso Lombardi, uno scultore che in città ha lasciato parecchie opere. Hanno sentito secoli di segreti. Non ne hanno mai raccontato uno.
Il campanazzo
Ancora più su, sopra il Voltone, si alza la Torre dell’Arengo. All’inizio del Duecento era poco più di un rialzo sopra l’incrocio delle due vie; è diventata torre più tardi, con lavori di rinforzo. Non è mai stata un modello di solidità: fondamenta poco profonde, muri sottili alla base. Eppure è lì da secoli, appoggiata proprio sugli archi sotto cui state bisbigliando. Meglio non pensarci troppo.
In cima c’è il campanone, il “campanazzo”: 47 quintali di bronzo, sistemati lassù nel 1453 da Aristotele Fioravanti. Per secoli ha chiamato a raccolta i bolognesi. Il 21 aprile 1945 suonò per la liberazione della città, e ogni anno, il 21 aprile, torna a suonare per ricordarla. Sotto la stessa torre, insomma, convivono la voce più forte di Bologna e quella più sottile.
Come provarlo. Andateci in due, mettetevi negli angoli in diagonale e parlate piano, con la bocca vicina alla colonna. Con meno rumore intorno, la mattina presto o la sera, è più facile. Il Voltone è un luogo di passaggio: lasciate strada a chi cammina. E se qualcuno, dall’angolo opposto, vi sta già bisbigliando qualcosa, come si dice in dialetto conviene stèr in uràccia: stare all’erta.
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